PARLARE AL TELEFONO IN TRENO

ovvero ultima fermata: voyeurismo

Un Post al Sole, più che una rubrica, una linea che si colloca tra elucubrazioni mentali e chiacchiere di comari. Ovviamente non ce n’era bisogno ma tant’è.

Un Post al Sole è un luogo non luogo creato da Elena Borghi (scenografa, illustratrice, paper artist, coltivatrice di parole dimenticate e comare) e da Serafina Schittino (psicologa, sessuologa, terapeuta non verbale e comare).

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I lunghi viaggi in treno sono l’ideale per riflettere, leggere, riposare, lavorare.

Ti piace pensare al treno come a un ufficio in movimento capace di portarti l’idea giusta, da saper leggere tra le righe di un orizzonte che cambia.

A volte ti appisoli cullata da un caldo raggio di sole e, al tuo risveglio, ti scopri un po’ diversa, come il paesaggio che hai davanti, come se i chilometri li avesse fatti anche la tua mente mentre non era vigile. Ora ti senti grata e beata mentre sei pronta a prendere quella decisione, o a scrivere quel testo, o a disegnare quell’idea che non trovavi. Ma poi arriva lui, anzi, c’è sempre lui: il “sadico da viaggio” che, bada ben, non è un frustatore formato pocket e neanche Brunetta bensì un tizio che se ne sbatte di essere nella carrozza di un convoglio (o bus, corriera, traghetto, tram checchessia) dove, da subito, l’altoparlante ha intimato l’assenza di suoneria e di tono alto della voce per non arrecare disturbo al prossimo. E niente, lui se ne sta al telefono, chiamando gente diversa, parlando di non meglio definite questioni personali o lavorative. Per ore. Anzi. Per tutto il viaggio.

Dopo due decadi da viaggiatrice posso affermare, con una certa preparazione, che ogni convoglio ha il suo “sadico da viaggio” capace di trasformare il tuo idilliaco spostamento passivo da un punto A a un punto B, in un incubo di decibel e molestie psicologiche.

Sì perché è di molestie che si può parlare visto che, di fatto, egli costringe alla tortura tutti i viaggiatori del convoglio i quali si ritrovano, loro malgrado, a sentire quello che il suddetto ha da dire.

Negli anni ho identificato dei tratti comuni del “sadico da viaggio”: quasi sempre è donna, quasi sempre è over 35 (ma può essere che qualcuna se li porti anche male eh?), ha sempre un tono di voce alto e la suoneria del suo telefono è irragionevolmente vicina alla potenza dell’impianto casse dell’“Amnesia” di Ibiza (non dell’”Amnesia” di Milano, per dire).

Il “sadico da viaggio”, inoltre, parla a ruota tanto da chiedersi se dall’altra parte del telefono ci sia veramente qualcuno o la registrazione delle previsioni meteo.

Appena riattacca la telefonata, il “sadico da viaggio” chiama qualcun altro, mosso da una sorta di ineluttabile incapacità d’analizzare la situazione che lo circonda, di contemplare la solitudine e di ritenere che il silenzio possa anche essere un’opportunità.

Altri tratti distintivi sono un atteggiamento ansiogeno, vagamente aggressivo e schizzato per enfatizzare una telefonata che non comincia mai per comunicare qualcosa di veramente urgente: altrimenti lo farebbe a bassa voce, riguardoso verso il proprio segreto. No, lui deve far passare il tempo esibendo la propria voce laddove il pubblico di questo infelice teatro della messa in scena non solo non ha pagato il biglietto per ascoltarla ma non può neanche andarsene lanciando pomodori e fischi come se non ci fosse un domani.

L’idea che mi sono fatta dopo tanti anni di studio del “sadico da viaggio” è che la sua identità, qui espressa con la voce, nella vita fuori dal convoglio, probabilmente non nutre di molta considerazione quindi, inconsciamente, il mezzo pubblico diviene la sua rivalsa sull’umana specie.

Peccato che tra loro ci sia anche tu.

Cambiare posto? Tanto nel convoglio successivo troveresti qualcun altro con lo stesso problema.

Protestare? Francamente ho notato che quasi nessuno lo fa anzi, tendenzialmente il pubblico del “sadico da viaggio” tende a subire silente financo a farsi venire le gonadi giganti piuttosto che protestare. Ovvio, dico io, è un pubblico di masochisti!

Mentre mi arrovello, comprendo che l’unica cosa che mi rimane da fare è chiamare la mia comare psicologa preferita, Serafina. Ovviamente la chiamo al telefono ma, lo giuro, sono a casa, da sola.

Serafina, cara comare, qui ci troviamo davanti a un duplice problema ma dove affonda le sue radici?

«Cara Elena, non che il sadismo non possa essere un tratto del carattere di questa persona, ma non credo sia determinante. Forse dovremmo parlare di esibizionismo e, non vorrei fare di tutta l’erba un fascio, ma è probabile che la matrice sia condivisa.

Nella fattispecie, credo che questo tipo di persona faccia, a se stesso e al mondo, il resoconto millimetrico della propria solitudine per dire “Io esisto”. Capisci anche tu che un pubblico di testimoni è necessario quanto uno specchio?

In un periodo storico che costringe tutti alla visibilità come criterio primo di sopravvivenza, pur di evitare l’anonimato sociale, la telefonata in pubblico è uno strumento per conquistare visibilità in modo facile. Io quindi definirei il terreno su cui affonda le radici questa criticità “Esibizionismo per una società di masochisti e troilisti”.

Volendo usare il linguaggio sessuologico, letteralmente significa: “eccitazione e gratificazione sessuale che deriva dall’osservare il partner impegnato in un rapporto sessuale con un terzo mentre il partner sa di essere guardato”».

Oh, Signora mia! Quindi siamo approdati al voyeurismo da smartphone?!

Le mezze stagioni saranno anche finite, ma le mezze seghe pare che prolifichino rigogliose, quindi.

«Esibizionismo per una società di guardoni, volenti o nolenti.

Certo se da una parte il fenomeno può essere il sintomo di una patologia dell’età moderna, io credo che basicamente siano semplicemente cambiati e aumentati gli strumenti per manifestare questo primitivo e universale senso di solitudine a cui tutti siamo condannati o a cui siamo felicemente destinati».

Ma del pubblico specchio che rimane inerme e non protesta cosa vogliamo dire? Anche loro mi pare che benissimo non stiano eh?

«Posso dirti che il pubblico di questo attore, essendo vasto, non è animato all’inerzia e alla non reattività da una sola motivazione psichica ma da innumerevoli. Probabilmente nella misura in cui si rimane ad ascoltare “apparentemente” disarmati, un sottile piacere ci attraversa.

Per alcuni può essere il piacere della sofferenza, per altri l’adrenalina generata dalla stessa rabbia e dal bisogno di fuga, per altri ancora il piacere di vedere “l’esibizionista da viaggio” gongolarsi nel suo sadico piacere di mostrarsi al mondo».

Quindi bene ma non benissimo anche per il pubblico che gode nella sofferenza.

Personalmente appena sento che il mio plesso solare si contrae eccessivamente a seguito di questa dolorosa tortura, sparo fuori come faceva Venus con le sue tette rotanti (vedi “Gig Robot d’Acciaio”, ndr) la mia arma preferita ovvero la psicologia inversa e induco il “sadico-esibizionista da viaggio” ad autoeliminarsi.

In genere funziona per tutto il resto ci sono gli auricolari con la mia musica preferita.

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