LA GRANDE BELLEZZA – è solo un trucco, solo un trucco

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Viaggiare, è proprio utile, fa lavorare l’immaginazione. Tutto il resto è delusione e fatica. Il viaggio che ci è dato è interamente immaginario. Ecco la sua forza. Va dalla vita alla morte. Uomini, bestie, città e cose, è tutto inventato. È un romanzo, nient’altro che una storia fittizia. Lo dice Littré, lui non sbaglia mai. E poi in ogni caso tutti possono fare altrettanto. Basta chiudere gli occhi. È dall’altra parte della vita.  

                 Céline

Una citazione di Céline, la Fontana di Trevi, una festa chiassosa e di cattivo gusto. Questo l’incipit di La Grande Bellezza, una pellicola dai forti contrasti che vive di due grandi protagonisti: Tony Servillo e Roma, uniche colonne portanti di un film quasi senza trama. Volontariamente senza trama come suggerisce il continuo rimando a Flaubert, ed ai suoi vani tentativi di scrivere un romanzo sul nulla.

Critiche positive e negative, nessun premio a Cannes, successo al botteghino e paralleli azzardati (chi parla di Fellini forse non ha mai visto Fellini per davvero!) mi hanno portata al cinema nonostante la giornata di sole (che ultimamente è un evento raro).

Dopo grandi successi come  This must be the place  e il Divo, Paolo Sorrentino si cimenta in un film maturo e pericoloso, dove sacro e profano giocano una partita impari e il rischio di cadere nella banalità della tragicommedia all’ italiana è in agguato in ogni scena. Per fortuna la bellezza della fotografia, delle colonne sonore, della sceneggiatura a tratti, la maestria di Servillo e la magnificenza di Roma salvano (quasi) sempre il film regalando scene di poesia visionaria abbastanza inusuali nel cinema nostrano.

Jep Gambardella, interpretato da Tony Servillo, è un personaggio che indossa una maschera grottesca con un eleganza d’altri tempi. Completi di sartoria, fazzoletto nel taschino, panama bianco, un adorabile accento napoletano e una terrazza con tanto di amaca con vista sul Colosseo non bastano a farmi amare questo personaggio troppo concentrato su se stesso e perennemente autocelebrativo/autodistruttivo, nostalgico, troppo teatrale, mai autentico. Per tutto il film l’impressione è quella di assistere a Tony Servillo che interpreta Jep Gambardella.

Gli altri personaggi gli gravitano intorno come satelliti, quasi dipendono da Jep come se fossero scaturiti dalla sua fantasia, come se fossero il  pubblico di quella messa in scena quotidiana che è la sua esistenza. Un solo momento di trasporto tra i suoi ricordi risale al suo primo amore consumato in una scena un po’ mucciniana sugli scogli di un isola.

La scelta di dare priorità alle immagini più che alla trama, frammentando il film in tanti capitoli che si susseguono in ordine sparso e poco logico rende difficile un giudizio complessivo sul film: guardarlo è come essere su un’altalena e oscillare tra picchi e cadute, tra slanci e rallentamenti, tra terra e cielo.

Forse avevo troppe aspettative o forse il regista è stato troppo ambizioso ( Le conseguenze dell’amore, girato con meno mezzi e meno retorica in confronto è un capolavoro), ma non riesco a dare un giudizio pienamente positivo. Di sicuro sono felice che il cinema italiano produca ancora film di questo calibro, che attirano attenzione internazionale in un panorama cinematografico zoppicante e poco stimolante.

Quello che mi rimane è la voglia di passeggiare su Ponte Sisto all’alba, di attraversare Piazza Navona di notte, di chiamare i veri amici che non sento mai, di non perder tempo a fare cose che non mi va di fare.

 

 

 

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