PERFETTI SCONOSCIUTI

Davvero pensiamo di conoscere le persone accanto a noi?

Davvero pensiamo di conoscere così bene le persone accanto a noi?

Un film italiano per cui vale la pena pagare un biglietto al cinema. Non sono esterofila e non voglio nemmeno banalizzare questa affermazione ma devo ammettere che più della metà delle pellicole locali che arrivano al botteghino sono rivolte ancora a quel pubblico che ricerca la risata facile o la storia di grandi o piccoli drammi che spesso non convincono fino in fondo.

Ma questo non è il caso della nuova pellicola di Paolo Genovese, il regista del ’66 che ha annoverato delle produzioni davvero interessanti come “Incantesimo Napoletano”, “Tutta colpa di Freud”… Sempre senza far troppo chiasso. Perfetti Sconosciuti è un crescendo che, tra umorismo e momenti drammatici, conduce ad una conclusione affatto scontata che suscita una spontanea riflessione personale.

La trama è originale e il tema è attualissimo: la condivisione, lo squillo costante di uno smartphone che come una scatola nera potrebbe nascondere segreti e paure perchè in fondo siamo tutti “frangibili”.

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Un gruppo di amici storici si ritrova a cena e decide di fare un esperimento sociale, per una sera tutti i messaggi/telefonate/chat del proprio telefono saranno mostrate pubblicamente.

La situazione alla “Sei personaggi in cerca di autore” mi riporta a film come Carnage, tutti in un’appartamento, intrappolati nei propri disagi e vittime degli stessi ruoli stereotipati. Ma quì la teatralità dell’assurdo è quasi annullata e gli attori: da Giallini a Mastrandrea a Kasia Smutniak ad Alba Rohrwacher sono persone qualsiasi, i potenziali amici di tutti noi, coppie assodate e genitori devoti di cui forse non sospetteresti, le loro reazioni sono le stesse che potremo avere noi ed è difficile non uscire dal cinema chiedendosi se davvero chi vi ha tenuto la mano per due ore vi lascerebbe sbirciare nelle sue conversazioni private.

Prima questo genere di piccole o grandi “disonestà” erano relegate alla memoria oggi esistono 3 piani narrativi: una vita pubblica, una privata e una segreta e ognuno nel bene o nel male ha sentimenti, relazioni o pensieri che potrebbero mettere in discussione la propria situazione. Un disagio costante, un’accessibilità perenne, sollecitazioni continue, l’anonimato, l’ansia di dover comunicare, rispondere e il rischio quotidiano di cadere in fallo pensando che ciò che accade sia solo lì dentro e che non abbia alcun legame con la “vita vera”.

La mia risposta al quesito iniziale è che forse la tecnologia sia andata avanti senza averci dato la chiave per saper affrontarne le conseguenze. Forse non siamo a pronti a vivere no filter ed è meglio restare con il dubbio e, tutte le volte che la scatola nera si accende, girarsi dall’altro lato.

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