LE MOSTRE AI TEMPI DI WHATSAPP – Luigi Ghirri al MAXXI

“Fotografare, per me, è come osservare il mondo in uno stato adolescenziale, rinnova quotidianamente lo stupore; è una pratica che   ribalta   il motto dell’Ecclesiaste: niente di nuovo sotto il sole.

La fotografia sembra ricordarci che ‘non c’è niente di antico sotto il sole’”.

Luigi Ghirri

Domenica di Luglio a Milano, 36 gradi e città deserta. Mentre mi affanno in goffi tentativi di trapanare un muro per appendere uno specchio, converso (via whatsapp) con A. che si trova a Roma e sta per visitare la retrospettiva dedicata al fotografo Luigi Ghirri   al MAXXI. Ghirri è il suo fotografo preferito e io posso leggere tra le righe l’ emozione nell’ iniziare il percorso della mostra

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Mi scrive “Ti porto con me .. Di nascosto ..”

Ripongo allora il trapano, mi siedo comoda sul divano e attendo. Le foto arrivano ad intervalli regolari accompagnate dal quel suono irritante che tutti conoscete ormai benissimo. Tolgo la suoneria e mi godo lo scorrere delle immagini .

Queste le impressioni di A.

” Entrare al MAXXI  per visitare la mostra dedicata a Luigi Ghirri, avendo in tasca uno smartphone, rappresenta una tentazione divertente, alla quale probabilmente l’autore stesso non si sarebbe sottratto. I fotomontaggi naturali, le fotografie delle fotografie, i giochi di ricomposizione dello spazio, di ribaltamento prospettico e dimensionale, gli atlanti percorsi con gli occhi di un minuscolo insetto avrebbero trovato in questa mostra, in questa epoca, nuovi spunti progettuali. Innanzitutto il gioco di ri-vedersi in mostra è sempre un momento particolare, che soltanto chi è dotato di ironia e capacità di non prendersi troppo sul serio è in grado di superare senza contraccolpi. Ma poi come resistere alla possibilità di ri-fotografarsi e re-interpretarsi, con un clic ovattato dal silenziatore del telefono e qualche nuova app in grado di ri-trasformare tutto? Pare di vederlo Ghirri, seduto su una panca in legno della mostra, con un tablet appoggiato sulle gambe, e con le dita a percorrere lo schermo luminoso, alla ricerca di una nuova possibilità offerta da una sua fotografia, di un nuovo territorio da esplorare e da fermare con uno screenshoot a testimonianza di un passaggio concettuale, e poi magari con un altro smartphone intento a fotografare la sua stessa mano che percorre il monitor sul quale è riprodotta, e trasformata, una sua stessa immagine: una di quelle appese ai muri in quello stesso istante. Ghirri allora, ancora, potrebbe lavorare sul tempo, sul concetto di tempo nell’era info-digital-fotografica. E al di là di qualsiasi possibile sofisticazione ci  offrirebbe un nuovo progetto di cui tutti avremmo bisogno, invece di star qui a discutere sull’opportuninità o meno di un nuovo strumento, invece di arrovellarci a pensare cosa avrebbe fatto Ghirri nel 2013, con quale mezzo, con quale tecnica. Anche perchè quando ci si pone queste domande le risposte sono sempre sbagliate: cosa farebbe Ghirri nel 2013 non lo può sapere nessuno, così come nessuno può ipotizzare cosa scriverebbe Pasolini sul suo blog, o quale mondo ci verrebbe  proiettato dalle mani di Fellini.

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E allora vale la pena di essere adulti, di ricordarci che “con i se e i ma la storia non si fa” e lasciandoci prendere dalle mani di Rodari decidere di giocare a nascondino con i guardiani del museo, fingere di cercare una notizia sul telefono e far partire un clic appena possibile per poterlo condividere su twitter o su whatsapp, farci rimproverare, abbassare la testa facendo finta di essere stranieri e costernati; e poi ancora un altro clic e un’altra condivisione, e andare avanti così.
Inutile dire che il divieto di scattare fotografie nei musei è una scemenza di prima categoria, oltretutto controproducente, proprio nell’epoca dello “sharing”. La mostra va sicuramente vista, e il catalogo acquistato, nonostante evidenti difetti nella stampa delle immagini; i testi invece, tranne quelli dalle primissime pagine, approfondiscono e aggiungono molto, e appassionano.

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Usciamo divertiti, credendo di aver reso il giusto tributo, con leggerezza, a  uno dei più grandi interpreti dello spazio, giusto in tempo per risentirci con un’altra interprete dello spazio: la Hadid che forse con la pioggia non ha confidenza, e ingenuamente si è dimenticata  di far corrispondere cielo e terra, coperture e camminamenti per chi entra ed esce dal MAXXI. Forse fa parte del gioco, o forse è la poetica interpretazione edilizia del detto che per vivere appieno il mondo.: bisogna essere disposti a bagnarsi, quando piove.

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Queste le mie conclusioni:

Luigi Ghirri è stato un fotografo straordinario  ma io non amo la sue estetica .

La tecnologia, che di solito rovina le nostre vite, mi ha fatto vivere questa volta un’esperienza nuova , in una giornata che non offriva alcuna possibilità di immaginazione .

Visitare mostre fa bene allo spirito, soprattutto se lo si fa da soli e senza fretta.

Trapanare una colonna portante è un’impresa impossibile con un black&decker.

Grazie A. per avermi “portato con te”.

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Luigi Ghirri ” Pensare per immagini. Icone, paesaggi, architetture”MAXXI, Roma fino al 27 ottobre