MONOBI

Artigianalità certificata Beste e performance high-tech

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Monobi è il nuovo nato della storica azienda tessile Beste, capi contemporanei concepiti per dinamiche urbane che sviluppano soluzioni tecniche avanzate.

Un’azienda solida del territorio toscano con più di vent’anni di esperienza che collabora con i più noti brand del fashion system, che ha saputo adeguare la sua filiera e accrescere il proprio know-how con la sperimentazione di nuove lavorazioni e l’introduzione di innovative tecnologie rispondendo alle esigenze di un mercato consapevole, esigente e cosmopolita.

Federico Pagliai, Product Manager, ci racconta l’arte dell’outwear MONOBI.

Oggi nasce Monobi ma questa è solo l’ultima avventura di chi può ancora in Italia raccontare la storia del tessuto.

In effetti, senza un solido background tessile questo progetto non sarebbe nato. Ci sarebbe apparso superfluo, in un mercato tendenzialmente saturo, presentarci ai blocchi di partenza con un prodotto che si limiti a una modulazione molto superficiale dello stile. La funzionalità del prodotto Monobi è l’espressione di una progettualità fortemente integrata, capace cioè di costruire i materiali in vista del loro utilizzo, della performance richiesta, della visione estetica sottostante.

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L’educazione e consapevolezza di vera artigianalità e qualità timeless sta, secondo voi, riscontrando consensi nel vasto pubblico? O resterà di appannaggio della sola nicchia?

Direi che sul mercato, globalmente inteso, oggi si possono individuare almeno un paio di macro-movimenti. Il primo consiste nella progressiva democratizzazione dello stile, grazie a reti distributive che avvicinano il prodotto, lo rendono economicamente accessibile, lo industrializzano a tal punto da migliorarne continuamente la qualità. Il secondo movimento è meno quantitativo e riguarda la differenza di approccio al prodotto. Il consumatore tende ad assumere il ruolo di interlocutore, il suo sguardo si fa più penetrante, aumenta la sua consapevolezza. E’ un movimento dal fronte vasto, probabilmente irreversibile, sebbene al momento tipico dei mercati più maturi. E’ in questa area che si colloca una proposta ad alto tasso di artigianalità come la nostra.

 Cos’è l’eleganza?

La capacità di appropriarsi di un codice senza violentarlo.

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 Materiali pregiati e selezionatissimi e lavorazioni altamente innovative e contemporanee. Come si coniugano questi processi?

La nostra sfida è proprio quella di evitare i compromessi tipici dello sportswear classico, che di solito assume una veste informale e trasforma la vera funzionalità in un richiamo vago e meramente estetico ai codici dell’abbigliamento militare. Direi che la nostra è una sfida essenzialmente tecnologica. Nel senso che tocca alla ricerca il compito di tenere assieme l’anima tecnica con i materiali pregiati e con l’immagine profondamente urbana dei capi.

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 Il vostro uomo. Gentleman contemporaneo?

Gentleman è una buona definizione ma è ancora un po’ vaga perché non precisa quale sia il terreno di gioco. Oltreché contemporaneo, il nostro è un gentleman che ha scelto di muoversi su un terreno prettamente metropolitano, con le sue tipiche sfide: i ritmi molto compressi, i frequenti cambi di contesto (dalla casa all’ufficio, dall’ufficio all’evento, ecc.) cui corrispondono cambi di habitat e cambi di mezzi di trasporto.

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 Il know how di un popolo è la sua forza sociale. I vostri artigiani, anima della fabbrica, chi sono?

Il nostro prodotto nasce mettendo insieme tecnologie molto mature (come quelle legate al circuito tradizionale del cucito) con altre relativamente recenti che hanno grandi potenzialità di sviluppo. La perizia delle mani, il bagaglio di un mestiere, deve abbinarsi a flessibilità, capacità di dialogo con la tecnologia, con una inclinazione irrefrenabile alla sperimentazione. Artigiani così, più che trovati, vanno creati sviluppando un contesto aziendale favorevole.

Un messaggio ai giovani che spesso non considerano le professioni manuali e che oggi sono posizioni più ambite di quello che si potrebbe pensare.

Che siano ambite non ci sono dubbi. E sono tanto più ambite, quanto i profili sono precisi, le competenze solide e magari trasversali. Ho l’impressione che dietro la scarsa propensione alle carriere tecniche ci sia da un lato una visione eccessivamente aristocratica e autoreferenziale della cultura. Ma dall’altro, anche una certa titubanza a usare le mani per scoprire il loro potenziale creativo e l’intimo godimento del fare. Forse occorre ripartire dai trenini elettrici, dal meccano e dalle ore scolastiche di applicazioni tecniche.

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Una domanda di rito: che modalità hai in testa?

Modalità recovery, senza dubbio. Perché uno dei nostri obiettivi è esattamente quello di rompere gli schemi tipici del cosiddetto prodotto alto: catene distributive troppo lunghe, riduzioni esasperate del valore materiale, ridondanze su ridondanze che si sfogano su listini fuori controllo.

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